I PASSIONISTI  
custodi del Santuario.

Chi sono?

 

S. Paolo della Croce radunò compagni perché vivessero insieme e annunciassero il Vangelo di Cristo. Il popolo li chiamò Passionisti. Per la Chiesa, che ne approvò la regola di vita, essi formano la Congregazione della Passione di Gesù Cristo.

I Passionisti, fedeli al carisma del fondatore:

  • vivono e lavorano in comunità fraterne coltivando lo spirito della preghiera, di solitudine, di povertà, per conseguire una più intima unione con Dio ed essere testimoni del suo amore;
  • seguono il Cristo Crocifisso facendo del Vangelo la regola della loro vita e la fonte perenne del loro apostolato;
  • esprimono la consacrazione alla Passione del Signore con voto speciale. Consapevoli, infatti, che la Passione di Gesù continua nel mondo di oggi, condividono le ansie e le tribolazioni degli uomini, specialmente dei poveri e degli abbandonati;
  • guidano i fratelli verso la pienezza della vocazione cristiana, sostenendo il loro cammino con la forza redentrice della morte e resurrezione di Cristo, messaggio centrale della loro multiforme predicazione.
  • portano sull'abito un simbolo o segno: un cuore bianco sormontato dalla croce, con una scritta JESU XPI PASSIO (Passione di Gesù Cristo). Questo simbolo ricorda a tutti il mandato di S.Paolo della Croce: ci dedichiamo a fare memoria delle sofferenze di Gesù e a promuovere, nei cuori della gente, una vera devozione alla sua passione.

 

San PAOLO DELLA CROCE
Fondatore dei Passionisti

 

 

IL MISTICO DEL CALVARIO

"Fu di presenza grave e maestosa. Amabile. Alto di statura. Di volto sereno e naturalmente modesto. Di occhio vivo e sereno. Di fronte elevata e spaziosa. Di voce chiara sonora e penetrante. Di maniere piene di affabilità e rispetto. Il suo temperamento era sanguigno ed assai sensitivo". E' il ritratto di Paolo Danei lasciatoci dal suo primo biografo Vincenzo Maria Strambi. La liturgia poi lo tratteggia con queste pennellate: "Uomo di Dio, sotto il vessillo della croce raccolse soldati di Cristo; insegnò loro a vivere uniti con Dio, a lottare contro il male, a predicare al mondo Gesù crocifisso. Cacciatore delle anime, araldo del Vangelo, lucerna luminosa! Dalle piaghe di Cristo apprese la sapienza, dal suo sangue trasse vigore, con la sua Passione convertì i popoli".

Sacerdote e fondatore

Paolo Danei nasce ad Ovada (Alessandria), secondo di sedici figli, all'alba del 3 gennaio 1694 da Luca e Annamaria Massari. Alla sua nascita una luce misteriosa invade la stanza, sicuro presagio di qualcosa di grande e di bello. Ancora bambino apprende dalla mamma l'amore verso il Crocifisso che caratterizzerà tutta la sua vita. "Volesse Iddio, dirà, che avessi la santità di mia madre. Se mi salvo, se ho fatto un po' di bene lo devo ai suoi insegnamenti". Per i torbidi politici del tempo la famiglia Danei ha subito gravi dissesti economici ed ora è costretta a frequenti trasferimenti. Paolo nella giovinezza aiuta il padre impegnato nel commercio di tessuti, cordame ed affini. Sui vent'anni avviene quella che lui chiama "conversione": resta come folgorato da "un discorso familiare" di un sacerdote. Fa la confessione generale e decide di impegnarsi al completo servizio di Dio anche se ancora non sa come. Ma per ora non può realizzare il progetto: deve infatti assistere i famigliari che vivono in condizioni economiche sempre più preoccupanti. Nel 1715 vuole arruolarsi volontario nella crociata contro l'islam, ma una voce interiore gli fa capire che non è quella la strada: non le armi, ma l'amore ha salvato e salverà il mondo. Si sente intanto ispirato a vestire "una povera tonaca nera, ad andare scalzo, vivere con altissima povertà; fare vita penitente... a radunar compagni per restare uniti e promuovere nelle anime il santo timor di Dio". Ci sono già i germi di una nuova congregazione. Lo zio prete, don Giancristoforo, lo nomina erede di tutti i suoi beni, purché si sposi. Ma Paolo si sente bruciare da un amore più alto e accetta solo il breviario. Nel 1720 una visione lo orienta più chiaramente. Rapito in spirito si vede "vestito di nero sino a terra". La Madonna più volte gli indica la strada e gli mostra anche l'abito della nuova congregazione che avrà nella passione di Gesù la ragione del suo esistere. Il 22 novembre dello stesso anno monsignor Francesco Arborio Gattinara vescovo di Alessandria lo riveste di una tunica nera da eremita. Paolo si ritira in una stanzetta attigua alla chiesa di San Carlo a Castellazzo Bormida (Alessandria). Vi resta chiuso dal 23 novembre 1720 al primo gennaio 1721. Di questi quaranta giorni rimane il diario spirituale, scritto per ordine del vescovo. E' una testimonianza preziosa della sua straordinaria esperienza interiore. Nel suo spirito si alternano slanci mistici e fortissime aridità. Lo assale il desiderio di vedere salvi tutti gli uomini e si dichiara disposto ad essere "scarnificato per un'anima". Dal 2 al 7 dicembre scrive "come infusa nello spirito" anche la regola del nuovo istituto che per ora chiama "I poveri di Gesù". Dal vescovo è nominato custode del romitorio di Santo Stefano a Castellazzo e ottiene il permesso di predicare. Alle prediche di Paolo è un accorrere sempre più numeroso con frutti spirituali che fanno gridare al miracolo. L'agosto successivo parte per Roma con la speranza di essere ricevuto dal papa cui intende chiedere l'approvazione del nuovo istituto. Da una guardia viene respinto come uno dei tanti avventurieri. Paolo, amareggiato, si reca a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore dove rinnova l'impegno di fondare la congregazione ed emette il voto di dedicarsi a risvegliare nel cuore dei fedeli la "memoria della passione di Gesù". Tornando a casa si ferma brevemente sul Monte Argentario (Grosseto): vi tornerà presto con il fratello Giovanni Battista vestito da eremita anche lui e fin dall'infanzia suo inseparabile compagno di penitenza, di contemplazione e di ideali. Il 21 maggio 1725 il papa Benedetto XIII gli concede a voce il permesso di radunare compagni consacrati alla stessa missione. Per oltre un anno si ferma a Roma presso l'ospedale di San Gallicano; insieme al fratello si dedica all'assistenza degli ammalati anche se l'istituto coltivato nel cuore ha ben altre finalità. Con Giovanni Battista viene ordinato sacerdote in San Pietro dal papa Benedetto XIII. Nel 1728 i due fratelli tornano sul Monte Argentario. Si fermano nel romitorio di Sant'Antonio vivendo in povertà e penitenza, solitudine e preghiera: le caratteristiche della congregazione che sta nascendo. Esercitano un intenso apostolato nella Maremma toscana dove abbondano malaria e fame e dove vegetano preti senza vocazione. Nel 1730 viene predicata la prima missione popolare a Talamone di Orbetello (Grosseto). I frutti del loro servizio sacerdotale sono tali che ai due fratelli arriva da Roma il titolo di "missionario apostolico". Sbocciano anche le prime vocazioni passioniste. Il 14 settembre 1737 sul monte Argentario inaugura la prima casa religiosa dedicata alla Presentazione di Maria al tempio. L'ha disegnata lui con il suo bastoncello. Quando era ancora a Castellazzo la Madonna gli aveva detto: "Paolo, vieni all'Argentario dove sono sola". Nel 1741, il 15 maggio, arriva l'approvazione delle Regole da parte del papa Benedetto XIV che commenta stupito: "Questa congregazione doveva nascere per prima ed invece arriva solo ora". L'11 giugno 1741 insieme a cinque compagni emette la professione religiosa: sulla tonaca nera indossata dai religiosi compare per la prima volta il tipico stemma passionista. In questa circostanza Paolo aggiunge al suo nome l'appellativo "della Croce". Nel 1747 viene celebrato il primo capitolo generale: il fondatore è eletto superiore dell'istituto. Verrà confermato nell'incarico nei cinque capitoli successivi. Cioè fino alla morte. Sempre amato e venerato dai suoi figli. Nel 1752 può gioire: "Siamo centodieci, abbiamo otto ritiri, ma sono pieni e non si possono ricevere tutti quelli che chiedono di entrare". Prima di morire aprirà 13 case in condizioni sempre difficili ed a volte addirittura drammatiche. Nel 1769 il papa Clemente XIV che chiama Paolo "babbo mio", approva solennemente l'istituto. Paolo ormai vede la congregazione "ben fondata e stabilita in perpetuo nella santa chiesa di Dio". Ma non è finita. Nel 1771 dopo 40 anni di fatiche può realizzare la fondazione delle monache passioniste. Nel 1773 apre a Roma quella casa religiosa che sarà la sede centrale della congregazione. E' ancora un dono di Clemente XIV che i Passionisti, a cominciare dal loro fondatore, ricorderanno sempre come protettore premuroso e benefattore incomparabile. Si tratta della basilica e del convento dei Santi Giovanni e Paolo, a fianco del Colosseo. Paolo vi si trasferisce con una numerosa comunità. Qui trascorre il resto della sua vita ormai al tramonto. Vi muore "con faccia di paradiso", il pomeriggio del 18 ottobre 1775 circondato dai suoi figli ai quali ha precedentemente dettato il testamento spirituale: amare la chiesa, vivere nella preghiera, nella solitudine e nella povertà; contemplare il Crocifisso; predicare a tutti la passione di Gesù. Pio IX lo proclamerà santo nel 1867.

"Vorrei incenerirmi d'amore"

Nel secolo dell'Illuminismo e dei miscredenti, Paolo è uomo di Dio tra gli uomini della ragione. Discernendo con molta perspicacia i mali del tempo, da lui chiamato "lacrimoso e calamitoso", ne scopre e ne indica il rimedio più efficace nella passione di Gesù. Si consuma per piantare la croce di Cristo nel cuore dei fratelli. Per piantarvi cioè l'amore di Dio, il solo capace di salvare l'uomo. La croce al centro di tutto, come segno e sigillo dell'amore di Dio. "Nella Passione c'è tutto", dice con forza. E la sua vita gira solo attorno a quel perno, segnata com'è dal mistero della croce. Un venerdì santo il Crocifisso e l'Addolorata gli toccano il petto. Paolo si ritrova scolpiti nel cuore gli strumenti della Passione, il distintivo passionista, i dolori della Madonna. "Oh! Figlia mia che dolore, confiderà a Rosa Calabresi, che dolore provavo, oh! che amore. Un misto di estremo dolore e di eccessivo amore". Un giorno il Crocifisso stacca le braccia dalla croce e si stringe Paolo al petto. Gli sembra "di stare positivamente in paradiso". Tale è la veemenza del suo amore verso Dio che per anni soffre di una "strana palpitazione cardiaca" e gli abiti sono bruciati dalla parte del cuore. Con un ferro rovente si imprime sul petto il nome di Gesù. Spasima: "Vorrei incenerirmi d'amore... Non sarebbe meglio che come una farfalletta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d'amore restassi incenerito, sparito, perso in quel divin Tutto?... Le mie viscere sono tanto inaridite che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non mi levo la sete. Ma io voglio bere ai mari di fuoco d'amore". Ha ragione di sentirsi "liquefatto in Dio". Vuole incendiare il mondo intero d'amore. "Mi resti impressa nel cuore la passione del mio Gesù, che poi tanto e tanto lo desidero, e vorrei imprimerla nel cuore di tutti, che così brucerebbe il mondo di santo amore". Vive immerso in una continua contemplazione ed in estasi frequenti. Percorre l'Italia dal Piemonte alle Puglie per comunicare a tutti l'incontenibile amore al Crocifisso che gli brucia dentro. Predica oltre 250 missioni (compresi corsi di esercizi spirituali a clero e monache), accompagnate spesso da miracoli e sempre da immensi frutti spirituali. Non sceglie di sua iniziativa pulpiti di prestigio anche se vi è spesso chiamato. Preferisce la povera gente dimenticata ed abbandonata da tutti. Predicazione appassionata la sua, accompagnata da flagellazioni e penitenze. Banditi e peccatori incalliti, vescovi e cardinali si sciolgono in pianto quando lui parla di Gesù crocifisso. "Fa liquefare i cuori quantunque siano di macigno". E' dotato di "vivacità e perspicacia di mente singolari, di raro talento ed apertura di mente, di grand'ingegno". Ma attinge non tanto al bagaglio culturale, del resto non indifferente, quanto alla sua personale esperienza di Dio. Scrive oltre cinquantamila lettere. Peccato che solo una minima parte sia pervenuta fino a noi. Spesso è con la penna in mano davanti a "mucchi di lettere così grossi che spezzerebbero un travertino o un masso di bronzo". Molte lettere riguardano la direzione spirituale. Numerose le anime da lui dirette rintracciabili non solo tra religiosi e religiose, ma anche tra i laici, nobili, vescovi, prelati della curia romana. Inizia a dirigerle prima ancora di essere ordinato sacerdote e vi dedicherà le sue energie migliori fino alla morte. La predicazione lo mette in contatto con anime che restano affascinate da lui, e che a lui si affidano per meglio rispondere ai richiami della grazia. Anche se esigente, infonde coraggio, fiducia e sicurezza. Insegna a morire a se stessi per rinascere continuamente a vita nuova in Cristo crocifisso e risorto. Esorta a dimenticare se stessi e riposare nel seno del Padre, coltivando l'unione con Lui. "Per essere santo, scrive, ci vuole una N e una T... la N sei tu che sei un nulla; la T è Dio che è l'infinito tutto per essenza. Lascia dunque sparire la N del tuo niente nell'infinito Tutto". Pur avendo celebrato il matrimonio mistico nella sua giovinezza, vive una straziante aridità per circa 50 anni. Sperimenta prove durissime rare a trovarsi in altri mistici. Scrive nel diario: "Desidero solo di essere crocifisso con Gesù". Il suo anelito si realizza perfettamente. E il mistico del Crocifisso, diventa mistico crocifisso. Geme: "Cammino per vie spaventose. Il cielo per me sembra sia diventato di bronzo e di fuoco la terra. Sono come un povero naufragante che in notte buia attaccato ad una piccola tavoletta in mezzo alle onde tempestose, aspetta di bere a momenti la morte". Si sente "un tronco secco abbandonato nella foresta perché fradicio e inutile anche per il fuoco". Vive in nuda fede, nella "fede oscura", sorretto da una incrollabile speranza. Si abbandona totalmente alla volontà di Dio "come una barca senza vela". Raccomanda di cibarsi "alla grande" della divina volontà. Per assurdo troverebbe il paradiso anche nell'inferno se questa fosse la volontà di Dio. "Mio maggiore desiderio, scrive, è quello di consumarmi tutto in quella volontà". Ha visto bene chi lo ha definito il "principe dei desolati" e "il più grande mistico e scrittore spirituale del settecento". Vive una aspra penitenza. Nella propria croce Paolo vede una partecipazione alla passione di Gesù. Chiama le sofferenze "scherzi d'amore... finezze d'amore d'un Dio amante... ricami del lavoro amoroso di Dio... preziose margherite e gioie del cuore". Ama e trova beata la solitudine. Ma sa anche stare in compagnia. E' sensibile e gentile, soave ed arguto. Lo chiamano "mamma della misericordia". E' facile al pianto ed alla commozione sia davanti alla bellezza di un fiore che davanti alle macerie lasciate dal peccato nel cuore dell'uomo. Alla sua congregazione "drappello radunato sotto la croce" Paolo affida la missione di risvegliare nel cuore dell'uomo la "grata memoria" della passione di Gesù, "l'opera più stupenda del divino amore... il miracolo dei miracoli di Dio". Ai suoi figli lascia il compito di camminare vicino ai crocifissi di ogni tempo e di ogni luogo condividendone angosce e speranze. Quello che i Passionisti, presenti in oltre 50 nazioni, vivono ogni giorno sull'esempio e con il dinamismo di Paolo loro Padre e Fondatore. E non solo i Passionisti. Il movimento suscitato da Paolo si è via via allargato. Alcuni istituti di vita consacrata, molti laici impegnati sono stati contagiati da lui. Si richiamano alla sua ricca spiritualità e lo amano con un tenero amore di figli.

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